Quando si decide di fare un cammino, bisogna cominciarlo con calma. Il treno è il mezzo ideale per arrivare allo start tranquillamente. Si guarda il paesaggio scorrere veloce, si osserva chi viaggia con te e poi magari ti si siede accanto una persona cordiale. Sì, perché quando sei sola c’è sempre un posto vuoto vicino.
Un simpatico signore, “nonno”, come si presenta lui, sale a Grosseto. Un gran chiacchierone. Mi parla della nipotina undicenne appassionata di rettili. La sta andando a prendere a Roma per portarla a Cerea, in provincia di Verona, a una mostra a tema.
«Me lo ha chiesto… non so come abbia trovato questa mostra, ma come posso dirle di no?»
Parla della sua vita, di un lavoro interessante e di un presente diviso tra nipoti e una moglie impegnata ad assistere la nonna anziana. È un vero piacere ascoltarlo. Ogni tanto mi fa qualche domanda e cerco di rispondere, ma niente… lui è proprio un gran chiacchierone!
Arrivare a Civitavecchia è stato veloce e, al momento di togliere il mio zaino dalla cappelliera, il simpatico signore non ha esitato ad aiutarmi. Così ci salutiamo, augurandoci buon viaggio.
Prendere al volo la coincidenza per Roma è stata una corsa con lo zaino in spalla tra spintoni e gambe lunghe di turisti stranieri, ma ho raggiunto la meta anch’io.
Cambi treno e cambi destinazione. Una simpatica compagnia di sposini con figli piccoli rallegra lo scompartimento. Sono appena scesi da una nave da crociera e già programmano quella del prossimo anno. Li ascolto divertita. Mi piace quel “a papà” ripetuto all’infinito ai loro figli.
Roma Termini: qui c’è tutto il mondo in una stazione. Calma… ora bisogna cercare il binario per Cassino. Calma, che non esiste problema: basta leggere.
Una moltitudine di giapponesi intasa l’entrata alla toilette e tu, che sei entrata prima di cercare il binario, devi riuscire a uscire.
Finalmente si parte dal binario 19. Il treno è lì ma non si può ancora salire. Siamo in tanti accalcati davanti alle porte, in attesa che si accenda il bottone verde.
Ultimo tratto: un’ora e mezzo verso Cassino.
Il vagone è popolato da giovani che tornano a casa per il weekend dal lavoro o dall’università. Siamo in Ciociaria e non è proprio un parlare romanesco quello che sento.
La stazione di Cassino l’avevo già vissuta due anni fa, al termine del Cammino di San Benedetto. Da qui ero partita per tornare a casa; oggi invece arrivo per iniziare un nuovo cammino.
Chiamo Federica, la ragazza che mi ospiterà a casa sua per questa notte, dove potrò anche cenare. Verrà a prendermi insieme alla mamma perché abitano lontano da Cassino e domani mattina mi riporteranno ancora qui.
Che bello poter condividere con le persone del posto il mio passaggio su questo cammino.
Federica e la mamma sono due splendide donne, curiose di conoscere altre persone e le loro vite. Beh, quale modo migliore per farlo se non ospitare pellegrini che passano su questo cammino?
Domani inizierò il Cammino di San Filippo Neri, “il santo della gioia”. Nuovi territori, nuove persone da incontrare, nuovi passi verso la Montagna Spaccata di Gaeta, dove il santo si ritirava in preghiera e che oggi è affollata meta di pellegrinaggio.
Saranno solo 123 chilometri, ma li voglio vivere con tranquillità, proprio come il viaggio che mi ha portato fin qui.
La giornata di oggi posso descriverla come emozionante.
Federica e la mamma mi riaccompagnano a Cassino. Ho passato una bella serata nella loro casa, sono stata accolta come una di famiglia. Ho percepito appieno la loro ospitalità.
Prima di incamminarmi vado alla chiesa dove posso apporre il timbro sulla credenziale. Il prete sta officiando la messa. Aspetto. Non ho nessuna fretta.
Un luogo immerso nel silenzio assoluto: ecco cosa incontro appena fuori paese. Il cimitero di guerra, dove sono sepolti soldati inglesi, canadesi, polacchi e francesi. Lapidi a perdita d’occhio. Un luogo veramente sacro. E lassù, la cattedrale di Montecassino.
Sì, è stata una forte emozione.
Riprendo il mio cammino. Esco dal paese e il sentiero mi porta in mezzo ai campi, ai pioppeti, accanto a una fattoria. Un susseguirsi di sentieri ombreggiati e tratti d’asfalto.
Passo sotto la ferrovia dell’alta velocità. Costeggio per buona parte del cammino il fiume Gari con le sue acque tranquille.
Questa valle è anche chiamata “la Valle dei Santi”, perché tanti paesi su queste colline hanno nomi di santi: Sant’Andrea sul Garigliano, Sant’Angelo in Theodice, Sant’Apollinare, San Vittore del Lazio, San Giorgio a Liri, San Rocco, Sant’Antonio Abate, Santo Stefano.
Poi c’è Sant’Ambrogio sul Garigliano, il paese dove mi fermerò questa sera.
Solo il tempo di posare lo zaino e infilarmi i sandali perché voglio fare un giro in questo paese. So che c’è un museo che vale la pena visitare.
Faccio un giro, entro in chiesa, passo davanti al museo ancora chiuso. Niente, aspetterò.
Quando ritorno vedo che è arrivato il signor Fiorenzo, ideatore e creatore del “Museo delle nostre radici”.
«Ah, è lei la pellegrina che viene dalla Toscana!»
Io mi sorprendo, perché non mi era mai capitato di essere attesa durante un cammino.
Entriamo e, tutto orgoglioso, mi descrive gli oggetti custoditi nel museo. Faccio un tuffo nel passato perché tante di quelle cose le ho usate anch’io, anche se non per tutta la mia vita.
Credo di aver trascorso un’ora immersa in un’epoca lontana… eppure non sono così vecchia.
Sto per andarmene ed ecco arrivare Filippo Scalisi, il condottiero di questo cammino. Lui è il punto di riferimento per i pellegrini, ma anche per tutte quelle persone che con il loro lavoro fanno sì che questo progetto continui a crescere.
C’è anche una ragazza che segue l’arrivo dei pellegrini, purtroppo non ricordo il suo nome.
Scambiamo qualche considerazione sul cammino. È incuriosita dal mio essere sola.
Ora è arrivato il momento di prepararmi. Dopo verrà a prendermi Francesco, il ragazzo del B&B. Mi porterà in pizzeria, troppo distante per andarci a piedi.
Anche loro aspettano con favore i pellegrini.
Ho trovato tanta cordialità, tanta gentilezza. Ho visto tanta voglia di fare in queste persone.
Oggi è stata una giornata emozionante: per il luogo carico di significato e per le persone positive incontrate lungo il cammino.
In fondo questa è una terra che, in fatto di sacrifici e fatiche, non è seconda a nessuno.
Oggi avevo deciso di partire con calma e così è stato. Pochi chilometri da percorrere.
Questa notte ha piovuto e l’erba, insieme alle fronde delle siepi di questa carraia, mi bagna come se piovesse ancora.
La guida del cammino racconta che da queste parti è tornata a vivere la lontra, insieme al gruccione, bellissimo e variopinto uccello. C’è anche una testuggine palustre, ma io non li ho ancora incontrati.
Quando il sentiero diventa strada vedo un’auto parcheggiata poco più avanti. La sto raggiungendo e mi sento chiamare.
Ma è il signor Fiorenzo del Museo delle nostre radici!
Iniziamo così un’altra bella chiacchierata. Tanto oggi non ho fretta.
Ancora un po’ di storia di questa valle.
«Vede il fiume Garigliano che scorre laggiù? Segna il confine con la Campania, precisamente con la provincia di Caserta. Anche questo paese fino al 1927 faceva parte della Campania. Ora però siamo in provincia di Frosinone, nel Lazio.»
Un tempo qui era terra di risaie, oggi invece ci sono pioppeti a perdita d’occhio, ma ormai rendono poco anche loro.
Aneddoti e racconti di vita di un tempo ritornano nei nostri discorsi.
Ci salutiamo e continuo la mia strada.
Il fiume scorre lento. Quando arrivo a un’area picnic con una passerella e una piccola barca sembra di essere sul Po.
Posto inquietante. Mi vengono in mente scene di film con misteriosi morti e sparizioni.
“Non è che adesso compare un cadavere sul pelo dell’acqua?”
Via, via… non mi piace qui.
Comincia a piovere qualche goccia qua e là mentre sto per arrivare alla fonte sulfurea di Salomone. Mi riparo sotto le piante e la roccia calcarea da cui sgorga l’acqua.
È forte l’odore dello zolfo.
Aspetto e intanto osservo il vecchietto che, con il trattore, mi aveva superata poco prima mentre raccoglie le fave nate nel pioppeto.
L’unico essere umano incontrato oggi.
Smette di piovere ed ora inizia la salita: ultimi chilometri prima di arrivare all’agriturismo Bosco d’Olmi, dove mi fermerò per la notte.
Riprende a piovere. Mantella, coprizaino e via.
Finalmente arrivo.
Entro con discrezione nel giardino. Vedo tavole apparecchiate per una cerimonia.
Oggi una famiglia festeggia la comunione del figlio.
Arrivano gli invitati: elegantissime le signore, in giacca e cravatta i signori. E io… scarponi, pantaloni da trekking e zaino.
La signora Francesca, che è anche chef del ristorante, mi accoglie con cordialità e si interessa al mio arrivo, nonostante l’imminente inizio del pranzo.
È stata una tappa molto breve, ma penso che sia andata bene così, visto il cielo sempre carico di pioggia e i tuoni in lontananza.
Ne approfitto per riposare e ricaricare le pile.
Domani sarà più impegnativa.
E poi oggi è la Festa della Mamma.
Chiamo la mia per salutarla. Rileggo i messaggi delle mie figlie.
Penso che oggi la mia festa sia stata solitaria, ma solo come presenza fisica.
Perché anche se siamo lontani, io so che ero nel loro cuore.
I boschi che dovrò attraversare oggi sono là, davanti ai miei occhi.
Quando apro la finestra il cielo è minaccioso, però ogni tanto uno sprazzo di azzurro mi tranquillizza. C’è vento: le nuvole nere vengono sospinte velocemente e si mescolano a quelle bianche.
Comunque sia, indosso le ghette. Anche perché nel bosco mi bagnerò ugualmente le scarpe, visto che stanotte ha piovuto.
La colazione della signora Francesca e le chiacchiere che abbiamo fatto mi aiutano a partire con fiducia.
“Sì dai, oggi non pioverà!”
Tappa impegnativa, in salita, ma non ho fretta. Pian piano arriverò lassù.
Il sentiero è segnalato benissimo: frecce rosse, gialle e blu sui sassi e sui tronchi.
Quando il bosco diventa fitto, tra piante cadute, sassi, canali scavati dalla pioggia e la nebbia che rende tutto buio intorno, penso che senza una segnaletica così chiara qualche problema potrebbe nascere.
Faccio un bel sospiro di sollievo quando esco dal bosco.
Ora davanti a me c’è solo una grande spianata e, anche se c’è la nebbia, non importa.
Sento i campanacci delle mucche al pascolo. Spero non ci siano i cani.
Sto attraversando questo altopiano carsico, la Vallaura, chiamato così perché in antichità era tutta coltivata a grano e, quando era maturo, tutto si colorava d’oro.
Sono belle le formelle dipinte a mano situate lungo il percorso. Fanno da segnavia, anzi… sono segnali di conforto.
Ormai il peggio è passato.
Certo, se però la nebbia si alzasse…
Arrivo al Monumento alla Pace di Marinaranne. Da qui si sarebbe visto tutto il golfo pontino con le sue isole e invece niente.
Ora è tutta discesa e proseguo con calma, con i miei passi leggeri.
Incontro tre pastori incuriositi dal mio essere sola. I più anziani parlano un italiano stentato, mentre il ragazzo più giovane mi chiede:
«Lei è del Nord?»
Non lo so, forse è stata solo una mia impressione, ma mi sembrava di aver visto nei suoi occhi un po’ di malinconia.
Ora una lunga discesa verso Coreno attraverso questa “brecciata”, una lunga strada bianca cementata. Poi un breve sentiero di pietre ed eccomi in paese.
La chiesa, il municipio, la piazza principale, un bar.
Caffè obbligatorio.
Poi cerco l’alloggio.
Mi accoglie Angela, giovane e simpatica ragazza.
Siamo nella parte più antica di Coreno. Anzi, proprio la sua casa è la più antica.
Con calma ripongo lo zaino e poi faccio un giro in paese.
Contatto il responsabile del Museo della Linea Gustav.
Salvatore, giovane ideatore e grande appassionato di tutto ciò che riguarda questo evento storico.
Queste zone, in particolare Coreno, sono state teatro di sanguinose battaglie, eccidi e purtroppo anche di razzie e violenze da parte dei soldati magrebini.
Mi parla con entusiasmo di storie legate ai reperti trovati su questi monti, di familiari che tornano qui a distanza di anni per avere notizie o trovare oggetti appartenuti ai propri cari morti in battaglia.
Quante cose ha da raccontare Salvatore.
È un conoscitore della storia in ogni sua forma.
Il tempo vola.
Vado, perché mi aspetta Angela.
Stasera cenerò con tutta la sua famiglia.
Quante parole con lei e suo marito. Simpaticissimi questi giovani sposi e pieno di entusiasmo il loro modo di portare avanti progetti e passioni.
Passa così veloce il tempo che non mi accorgo nemmeno che ormai è ora di andare a riposare.
Domani tappa più tranquilla.
Spero senza nebbia e con tanto sole.
Guardo il cielo, come ogni mattina.
È la prima cosa che faccio.
Ma fuori dalla finestra oggi vedo le rondini che volteggiano, incrociando il loro volo con quello delle compagne.
Sono già tutte indaffarate a “pizzicare” insetti per i loro piccoli.
Sono incredibilmente veloci.
Che bello spettacolo.
Il sole c’è e la tappa è tranquilla.
Bene, si parte.
Fuori Coreno imbocco l’antica via “La Serra” che mi porta a valle.
Con calma arrivo a Madonna del Piano.
Il tempo della visita al santuario e intercetto una suora e il parroco giusto in tempo per fare il timbro, prima che arrivi il feretro per celebrare il funerale.
Asfalto, strade secondarie, salite.
Fa caldo.
Dopo la chiesa della Madonna di Correano, la salita si fa seria.
Tra uliveti terrazzati e vigne arrivo finalmente alla Pineta Selvacava.
Un bosco insolito per queste zone: pini marittimi che lambiscono i Monti Aurunci e il loro parco.
Comunque asfalto… e ancora asfalto.
Ci volevano proprio quei due cagnolini a ravvivare un po’ il mio camminare.
Escono dal cortile di casa all’altezza della fontana Quattrocchi e mi seguono.
Il più grande entra ed esce dal bosco, sicuramente sente odore di selvaggina.
Il piccolo invece mi fa la corte gironzolando avanti e indietro.
Non ci posso credere.
E adesso come faccio?
Dopo una buona mezz’ora arriva una macchina.
La fermo.
È la padrona delle bestiole.
Non senza fatica riesce a farli entrare in auto e riportarli a casa.
Tom e Gerry, così si chiamano, mi lasciano lì sulla strada, tutta sola.
Quando il sentiero diventa sterrato ormai manca poco per arrivare a Esperia.
Il panorama spazia sulla valle e, in lontananza, ecco ancora l’Abbazia di Montecassino.
Aiuto… ma io ho fatto tutta quella strada?
Ho aggirato quei monti?
Ho attraversato quella pianura?
Incredula, proseguo.
Esperia è là.
Ancora poco e questa giornata di cammino si conclude.
Oggi è andata così.
A volte faticosa.
A volte noiosa.
Poi l’incontro gioioso con Tom e Gerry.
Contatto Carla, che mi informa su quello che troverò domani al Piccolo Redentore, sull’accoglienza che mi aspetta.
Ecco.
Sono sicura che l’avventura debba ancora cominciare.
In ogni cammino che ho percorso ho sperimentato situazioni — senza cercarle — che lo hanno reso unico.
Ecco, oggi ho vissuto qualcosa di veramente particolare.
Ero un po’ pensierosa questa mattina.
Sulle spalle, oltre al solito zaino con tutto il necessario, dovevo portare acqua e cibo per stasera e per domani.
Un carico notevole.
In più, oggi la tappa è la più impegnativa.
E il meteo annunciava pioggia dalle 11 alle 14.
Insomma, c’erano tutti gli elementi per rendere la giornata piena di pensieri.
I nove chilometri di asfalto percorsi prima di entrare nei boschi dei Monti Aurunci non hanno creato problemi.
Poi però inizia a piovere.
Molto prima delle 11.
Bardata di tutto punto, proseguo fiduciosa.
Tuoni, pioggia… ma io continuo senza fretta.
Finalmente il vento vince la sua battaglia e il sole filtra tra gli alberi.
Si cammina bene.
Il tracciato è segnalato benissimo.
Avanti.
Ormai sto arrivando alla vetta più alta, a 1200 metri.
Dai, potrò finalmente ammirare quel panorama che tanti mi hanno descritto.
Il Redentore.
L’Eremo di San Michele Arcangelo.
E invece…
Nebbia.
Nebbia ovunque.
Il vento la sospinge sempre più nera.
Non mi resta che scendere lungo il sentiero sassoso che mi porterà sulla strada del rifugio.
Mancava solo l’appuntamento delle 14 con la pioggia.
E infatti arriva puntuale.
Acqua violenta.
Quasi grandine.
Vento.
Tuoni.
Mi ero salvata dalla prima ondata senza bagnarmi e ora, in meno di quindici minuti, sono fradicia.
Ma ormai dovrei essere arrivata.
Mi chiama Carla.
Sta andando al rifugio per portarmi alcune cose.
«Ti vengo incontro.»
Così l’ultimo chilometro lo percorro in auto.
Una casetta solitaria nel bosco.
Carla accende il generatore perché altrimenti non ci sarebbero né luce né gas.
Accende la stufa.
Accende il camino.
Ecco cosa renderà unica questa giornata.
Non la pioggia.
Non la nebbia che ha nascosto il Redentore e il panorama.
Ma questa casetta solitaria dove sarò sola.
Dove asciugherò come potrò lo zaino e tutto il necessario.
Dove mi scalderò davanti a un camino acceso.
Buona notte.
Certo, passare la sera e la notte da sola in una casetta nel bosco, davanti a un camino acceso per scaldarmi, non l’avevo ancora vissuto.
Anzi, una volta sì.
Sul Cammino Celeste, in Friuli, nella baita di Carlo.
Ma lì non c’era il camino.
Ho dormito davanti al fuoco.
Ho aspettato che arrivasse la notte ascoltando il temporale e il vento che a tratti si faceva sentire.
Sinceramente credevo che sarebbe stato difficile dormire.
Sai… è facile fare brutti pensieri.
Per essere veramente tranquilla ho persino bloccato la porta con un tavolo bello pesante.
Ecco.
Ora va bene così.
Mentre ero lì pensavo:
“Chissà quanti animali girano avanti e indietro nel giardino…”
La luce con il sensore continuava ad accendersi e spegnersi.
Le prime luci dell’alba mi svegliano presto.
Aspetto un po’ sotto le coperte.
Poi mi alzo.
Faccio il caffè.
Preparo lo zaino con tutto il necessario, perfettamente asciutto.
Esco dalla casa di Don Giuseppe molto presto.
Inizio così la mia giornata di cammino.
Che bel cielo azzurro.
Che aria fresca.
Attraverso questi boschi carsici dove i faggi secolari sembrano mazzi giganteschi infilati nella roccia.
Una ripida salita.
Una fattoria.
Il sentiero tra le rocce.
Avanzo lentamente.
Non ho fretta.
Ci vuole un po’ di attenzione, ma i segnali sono ben visibili.
Sono tranquilla.
Oggi il sentiero attraversa tutto il bosco.
D’estate dev’essere meraviglioso.
E penso.
Penso alla solitudine di quel pomeriggio, di quella sera e di quella notte nella piccola casa del Piccolo Redentore.
L’unica cosa che potevo fare era pensare e guardare la legna che bruciava nel camino.
Ecco.
Oggi i miei passi si sono fermati lassù.
Anche se sono andata avanti.
Anche se ho terminato la sesta tappa di questo viaggio.
È come se non mi fossi mai mossa da quel camino acceso.
Stasera sarò ancora sola, all’Ostello Ossigeno.
Luogo accogliente, dove non manca nulla.
Ci vorrebbe soltanto un bel camino acceso.
Ultimo giorno di cammino.
Ultimi chilometri tra monti, strade sterrate e anche asfalto.
La Madonna della Civita lassù.
Forse l’ultima salita di questo cammino.
Poi la discesa lungo la Via Crucis che mi porta a Itri.
Un paese in festa.
Tutto rosa.
Fra poco passerà il Giro d’Italia, dopo tanti anni che non succedeva.
Aggiro la festa.
Però un ricordo devo portarlo con me.
Scale su scale per arrivare al centro storico.
Poi inizia un’altra salita.
( ma non erano finite le montagne?)
incrocio la via Francigena del Sud: ricordo quella cabina dell’Enel con tutte quelle cassette della posta! Caspita! Ma guarda che combinazione !
Aggiro colline, scendo attraverso tratturi fino alla periferia di Gaeta.
Gaeta di oggi, fatta di palazzi su palazzi, un gigantesco alveare.
Poi eccomi in una Gaeta antica, portali antichi, fili per stendere che attraversano il corso principale!
Mi sembra una piccola Napoli, ma più discreta
L’emozione sta crescendo: ormai ci sono: il mio cammino sta per finire…
La Montagna Spaccata con il suo simbolo, San Filippo Neri, e’ qui vicino.
La fatica non la sento, nonostante questa ennesima salita, nonostante i 27 chilometri percorsi.
Eccomi.
Emozione. Ci sono arrivata!
Pellegrina, sola, tra turisti frettolosi.
Mi prendo tutto il tempo necessario, per leggere, capire, questo luogo.
Ecco, ora posso tornare sui miei passi, cercare l’accoglienza di stasera.
Ora il mio cammino è terminato davvero.
L’ho intrapreso seguendo le parole del santo:
”Fate piano se potete“.
Proverò a portarlo nella vita di ogni giorno, perché questo mio cammino non sia stato soltanto una bellissima avventura.